La vedova allegra

Sarà bene riassumere in poche righe l’iter avuto prima della prima rappresentazione il 28 Dicembre 1905 al teatro an-der-Wien.

Il direttore Karczag, all’ascolto dello spartito, esclama davanti al compositore Franz Lehar “ Questa non è musica”. E se ne va sbattendo la porta.

L’Operetta va in scena con costumi di seconda mano e scenari raccogliticci.

Di sera in sera il successo aumenta. Alla duecentesima replica la direzione del teatro offre a Lehar una medaglia di riconoscimento. Gli viene chiesto che tipo di iscrizione dovevano porvi. Lehar risponde seraficamente “Questa non è musica”.

Victor Leon e Leo Stein si ispirano per il libretto a una vecchia pochade di Henri Meilhac L’attachè d’ambassade.

Appena ricevuto il testo Lehar compone la celebre aria “Dummer, dummer Reistermann”, Donne Donne

eterni dei.

Durante le prove tutti prevedono un solenne fiasco. La prima critica positiva esce nel Neues Wiener Tagblatt a firma Ludwig Karpath, critico musicale che assistendo, unico estraneo, con uno strattagemma alla prova generale, urla a Franz Lehar: “Bravo”.

Ed eccoci al libretto non senza aver sottolineato che Victor Leon non voleva saperne di collaborare con Lehar e se non fosse stato per la figlia di Victor, Lizzy, da celebre librettista qual’era, non lo avrebbe preso in considerazione.

La storia.

Parigi, primo novecento, città desiderata, amata, copiata con vani tentativi, cantata, dipinta, celebrata ovunque, menzionata, paragonata.

Da grande capitale ospitava ambasciate da tutto il mondo, anche di piccoli principati, tipo l’Ambasciata del Pontevedro. Della rappresentanza diplomatica fanno parte l’Ambasciatore barone Mirko Zeta e Danilo Danilowitsch pomposamente citato come Attachè d’Ambasciata, per gli intimi, segretario di Zeta.

Le finanze pontevedrine sono in secca, deboli, misere. La ricchezza di Hanna Glavari, pontevedrina vedova di un ricco banchiere, in alcune versioni generale, non deve allontanarsi dalla madre patria. Ma Parigi è tentacolare e la Dama potrebbe innamorarsi appunto di uno zerbinotto del luogo, magari spiantato, e dopo

un paventato matrimonio, addio milioni. Mirko Zeta lo vuole impedire a tutti i costi. “Vedova sì, allegra certamente, innamorata forse, ma che i quattrini restino nel Pontevedro, che diamine!”

Grande party nei saloni dell’Ambasciata durante il quale Camillo De Rossillon corteggia Valencienne,la moglie di Zeta. Tra i due c’è più che simpatia. Ma sono sorvegliati da Njegus, cancelliere d’Ambasciata,

ammiratore di Danilo, fedele suddito pontevedrino. Un personaggio molièriano: lo Scapino della situazione, il deus ex machina dell’intera vicenda, colui che ne inventa una ad ogni piè sospinto, fautore con Mirko Zeta del possibile matrimonio tra Hanna Glavari e il Conte Danilo che nelle versioni noblesse oblige viene accentato come Dànilo.

Valencienne smarrisce il ventaglio sul quale Camillo ha scritto “T’amo” e per risposta la moglie dell’ambasciatore ha scritto “Io sono una donna onesta”.

Particolare, questo del ventaglio, minimizzato dall’ingresso della Vedova, accompagnato da uno svolazzìo di

gentiluomini che la corteggiano. “Venite orsù sirene della danza” e ancora “Le vedovelle piacciono assai e se son ricche di più”.

Anche Dànilo fa il suo trionfale ingresso. Viene da “chez Maxim”, il suo locale preferito con le beniamine signorine Lolò, Dodò, Joujou, Cloclo, Margot, Frou-Frou. Canta Vo’ da Maxim, attorniato dalla fauna pontevedrina, e dopo un breve dialogo con Niegus si addormenta su un divano sorpreso da Hanna, che un tempo aveva amato e che l’intervento del genitore aveva impedito di sposare perché considerata di classe inferiore. Hanna, vedova ormai integrata in un livello sociale elevato, piena di soldi, può pregustare la rivincita.

Il barone Zeta aveva messo Dànilo al corrente della missione da svolgere: vigilare sulla vedova, renderla meno allegra e impedirle un matrimonio francese o di altra nazione affinchè il patrimonio resti pontevedrino. Basterebbe che l’attachè sposasse colei che ama da tempo per risolvere anche politicamente e finanziariamente la questione. E’ una proposta che Danilo rifiuta con tutte le forze. E’ quindi “riffa”. Una gara elettorale per il miglior offerente, il più prestante. Un concertato nel quale corre il

nome di un disorientato Rossillon spronato da una livida Valencienne ad accettare la candidatura e a rifiutarla nello stesso tempo: “Sposatela” e “ Fatelo e guai a voi”.

Il secondo atto è ambientato nel favoloso giardino di Hanna Glavari. Dànilo e Rossillon sono invitati. Il primo con ordini matrimoniali, il secondo da pretendente parigino. Camillo De non perde di vista Valencienne con la quale combina un appuntamento nel gazebo centrale. Ma il barone Zeta convoca Danilo nello stesso chiosco per stilare un rapporto segreto. Njegus, arrivato prima, s’accorge della presenza di Valencienne e Camillo all’interno del capanno. Il fatto lo imbarazza al tal punto che Mirko Zeta si accorge che qualcosa non va e vuole entrare nel gazebo galeotto non sospettando minimamente la presenza di Valencienne, sua moglie.

E’ Njegus a salvare la situazione evitando lo scandalo. Dalla porta posteriore fa uscire Valencienne ed entrare La Vedova, così da renderla più allegra che mai. Fra la meraviglia degli astanti dal gazebo-chiosco-capanno escono Rossillon e la Vedova. Quest’ultima, costretta dagli eventi, annuncia il fidanzamento con Camillo.

Dànilo è esterrefatto. Profondamente innamorato di Hanna ancor prima del matrimonio che l’ha resa vedova è sconvolto dall’annuncio. Hanna che non ha la minima intenzione di legarsi a Rossillon, nota la crescente gelosia dell’ attaché d’Ambasciata, ed è piacevolmente divertita e lusingata.

Terzo atto. Ambientato Chez Maxim dove i clienti vengono accolti da un fantastico Can Can, sembra dipanare la vicenda che invece si sta ingarbugliando sempre più. Zeta tenta di convincere la fiorente vedova

a desistere dal matrimonio con Rossillon. Fa in modo che si incontri con Dànilo. I due, chiaritisi, pronunciano l’amore reciproco con la famosa aria “Tace il labbro” commentata da Njegus-Brivio con una delle più famose sue battute: “se il labbro tace come fanno a cantare…”. L’Operetta in Italia ha sempre avuto un florilegio di comicità. L’attore detto il buffo era autorizzato perfino a raccontare barzellette allo scopo di strappare risate e rendere più sollevati i momenti delle romanze piuttosto statici. Da Calderoni ad Alvisi a

Navarrini a Pisu a Massimini a Brivio l’invenzione ha dilatato perfino i tempi dello spettacolo. I comici abbinati a soubrette strappavano risate e applausi a scena aperta. Ma qualsiasi spiritosaggine era frenata dalla comparsa di Lei, il soprano. Nomi leggendari come Gea della Garisenda, Emma Vecla, Laura Bulian e più tardi Ezia Tobanelli, hanno fatto sognare nobili e plebei, ricchi e spiantati.

Da Tace il il labbro avviene un susseguirsi di avvenimenti degni della migliore pochade. Zeta trova il ventaglio di sua moglie. Legge la famosa frase “Ti amo” che dovrebbe accusare Valencienne. Per dare una lezione alla moglie e salvare i milioni della vedova è pronto a divorziare e a sposarla.

Ma Hanna ha pronto uno strattagemma. Dichiara che perderà la sua fortuna se contrarrà nuove nozze.

Dànilo decide: dal momento che nessuno potrà dire di averlo fatto per interesse, sposerà Hanna. Tra le braccia dell’amato Dànilo, la Glavari rivela che perderà sì la sua eredità perché passerà per intero nelle casse del suo sposo.

Valencienne mostra al marito il lato del ventaglio con la scritta “Io sono una donna onesta” e tutto finisce

nella canzone ripetuta con grandi richiesta di bis “E’ scabroso le donne studiar/Son dell’uomo la disperazion dentro e fuori un mister sempre son/ donne donne eterni dei…”